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pale eoliche

«La Calabria si spopola ma si arricchisce di pale eoliche»

«Sono lì da anni a darmi il buongiorno, a meno che nuvole basse non copranol’orizzonte. Svettano bianche sui crinali delle colline a sud e a ovest della mia città,disposte in file ordinate, che si…

Pubblicato il: 11/02/2021 – 19:26
di Piergiorgio Iannaccaro*
«La Calabria si spopola ma si arricchisce di pale eoliche»

«Sono lì da anni a darmi il buongiorno, a meno che nuvole basse non coprano
l’orizzonte. Svettano bianche sui crinali delle colline a sud e a ovest della mia città,
disposte in file ordinate, che si succedono verso i fianchi delle Serre nord-occidentali,
risalendo sulla parte sommitale delle alture che si allungano verso mezzogiorno,
Monte Contessa, Monte Covello, la Serra del Gelo, Monte Coppari. Quando nelle prime
ore del giorno l’effetto di schermo riflettente delle nuvole rende la luce solare radente,
sembrano brillare di luce propria. E’ la selva delle pale eoliche, il bosco tecnologico
piantato dall’uomo lungo la terra dell’istmo, sul punto più basso dell’Appennino,
battuto quasi costantemente dai venti di Ponente e di Maestrale. Giganti di acciaio che
si innalzano sino a cinquanta metri da terra, l’artificio che la civiltà degli uomini
contrappone ai grandi abeti, pini, faggi che ancora popolano le foreste della Sila e
delle Serre. Torri sormontate da un trifoglio costruito con plastiche ultraresistenti,
pronto a catturare il vento, purché soffi, a convertire aria in movimento in energia.
L’impalpabile diventa luce, motori in azione, freddo nei frigoriferi, immagini sugli
schermi. Vorticano le pale, e a fissarle con lo sguardo si viene catturati dal movimento
ritmico, a tratti sincrono, generato dal vento. In qualche modo sono l’immagine, sia
pure indiretta, del vento stesso, come i rami degli alberi piegati e scossi dalle raffiche.
Le pale eoliche non hanno vita lunga, durano sino a venti anni, nulla di paragonabile ai
duecento anni di un faggio vetusto, ai secoli di un pino laricio o di un abete bianco.
Saranno demolite alla fine del loro ciclo? Saranno forse sostituite da nuovi modelli?
Probabile, poiché non solo generano energia, ma anche, soprattutto, profitti. E i
profitti non conoscono tempo e in questo caso sono legati a una delle poche ricchezze
di Calabria, la produzione di energia elettrica. La Calabria ne produce tanta, e la
esporta in mezza Italia. Perché non c’è solo il vento, ci sono le centinaia di milioni di
metri cubi di acqua contenute nei laghi silani, ci sono le centrali a biomasse, ci sono le
centrali elettriche convenzionali. E di questa ricchezza nelle tasche dei calabresi arriva
ben poco. Non solo, i calabresi pagano l’energia elettrica come nel resto d’Italia. E che
dire del cambiamento permanente del paesaggio, anzi dei paesaggi, poiché è difficile
trovare in Italia e nel resto d’Europa una somma di luoghi i più disparati come in
Calabria. Nel momento in cui scrivo, il vento di tramontana, le nubi all’orizzonte, la
luce del primo pomeriggio mi mostrano la massa scura delle Serre punteggiata lungo
il crinale da linee verticali che si susseguono in modo continuo, una sorta di corpo
affusolato irto di aculei, che si allunga verso la conca di Serra San Bruno. Sono tante
le pale eoliche, quando la luce è favorevole provo a contare quelle inserite nel
panorama che vedo dalle mie finestre, e ormai facilmente supero la cifra di cento. Si
dibatte se la Calabria sia perduta (non lo è), se la Calabria sia recuperabile
(potenzialmente lo è), si dovrebbe dibattere se sia visibile, oltre le pesanti nebbie del
malaffare. La Calabria che produce energia dal vento e dall’acqua è invisibile, come
era invisibile la terra da cui i Romani prelevavano legname pregiato per la loro flotta e
le loro costruzioni, senza riconoscere agli indocili Bruzi lo status di Civis Romanus.
Come è invisibile la terra da cui l’Italia ha prelevato braccia, da cui preleva talenti e
intelligenze. La Calabria si spopola e non sa arrestare il suo impoverimento. Ma si
arricchisce di pale eoliche».

*Medico

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