Lecco adagiata sul lago, vestigia urbanistiche create dai Visconti, industria tessile, sempre in corsa dai tempi del boom. Perla di Lombardia.
1976. C’è la Festa dell’Unità al Circolo Farfallino del Pci, partito forte del momento. Sei minorenni fanno rumore e turbano l’ambiente. Pretendono sconti dal bar. Il compagno Pierantonio Castelnuovo, 42 anni, operaio è il fratello dell’attore Nino, celebre per aver interpretato Renzo Tramaglino e la pubblicità dell’olio mentre scavalca uno steccato con un salto atletico. Con l’autorità che a quel tempo ha un compagno operaio dice ai ragazzi con voce grossa: «Andate fuori dalle scatole». «Ma chi vu, chini si». La situazione precipita, i ragazzotti travolgono il malcapitato che ha da poco subìto un infarto, i presenti esitano, calci e pugni senza mai fermarsi. Castelnuovo muore sotto gli occhi della moglie.
I giovinastri si consegnano alla polizia. Al processo saranno assolti. Nella memoria della città per lungo tempo Pierantonio sarà «il fratello dell’attore ucciso da balordi».
Nel nuovo secolo, un collaboratore di giustizia, Giuseppe Di Bella, mezzo secolo di ‘ndrangheta, racconta a Gianluigi Nuzzi nel libro “Metastasi” il contesto di quella tragica estate. Gli aggressori sono calabresi. Secondo il mafioso con quell’incidente «dimostrarono a Coco Trovato, che allora era solo Franco Coco e non ancora il boss, la loro ferocia, il loro modo di agire, e dopo iniziarono a lavorare per lui». Secondo Di Bella furono in gran parte battezzati nella ‘ndrangheta.
Angelo Musolino, 16 anni, farà carriera. Di grado superiore il fratello Vincenzo. Il nome di Pierantonio Castelnuovo Libera l’ha messo nell’elenco dei morti di mafia. I fratelli Musolino sono cognati del boss.
Franco Coco aggiungerà il cognome Trovato nel 1991 grazie al riconoscimento del padre, a 47 anni della sua nascita avvenuta a Marcedusa in provincia di Catanzaro, quando è già uno dei boss più temuti della Lombardia e guida un esercito di 1.400 ndranghetisti.
Di Bella, messinese, figlio di emigrati, Coco Trovato lo aveva conosciuto sedicenne all’oratorio di Maggianico, una frazione di Lecco. Un muratore «con l’indole da criminale». Iniziano a rubare motorini. A vent’anni Franco capeggia una banda. Un altro pezzo di biografia la ricostruisce Antonio Zagari, altro fondamentale collaboratore di giustizia. Si ricorda di Franco che va dal padre Giacomo, tra i primi a trasferirsi in Lombardia, «uno dei punti di riferimento dei calabresi della ‘ndrangheta«.
Coco Trovato lavora in ditte del Comasco. Si dedica alle rapine. Viene arrestato più volte. Ha buoni avvocati. Negli anni Ottanta viene assolto per legittima difesa in tre processi per omicidio. Il boss uccide un commercialista calabrese, negli uffici di una società coinvolta in un giro di fatturazioni invece lascia a terra un morto e due feriti, un sudamericano lo ammazza durante una detenzione a San Vittore.
In carcere conosce Angelo Epaminonda e Jimmi Miano, i catanesi che governano a Milano la droga e le bische. Coco è sospettato di aver partecipato a diversi sequestri ma senza riscontri processuali. Quella militanza gli fa comprendere come va il mondo. Ha capito come gira il potere e come si stringono le alleanze. La figlia Giuseppina sposa il primogenito di Paolo De Stefano, boss assoluto di uno dei potenti casati della ‘ndrangheta di Reggio Calabria. È questo un punto dirimente. Coco Trovato in ragione di questa unione è il boss di Lecco, costituisce in Lombardia un locale che non dipende direttamente dal suo paesello catanzarese ma da una delle capitali ndranghetiste tanto è vero che la tranquilla città lombarda diventa “società Maggiore”. Nasce la grande alleanza con Pepè Flachi e Mimmo Pavaglianiti, legandosi ai Sergi di Platì.
Il 27 aprile del 1997 la sentenza del processo Wall Street infligge 1700 anni di carcere e 4 ergastoli al boss che aveva dominato la Lombardia dalla “sua” Lecco. Se a Milano e dintorni la grande alleanza traffica droga, muove armi, conduce guerre sanguinarie con i camorristi un tempo alleati, al suo clan si imputa la morte di una decina di trafficanti di droga turchi che stavano con gli avversari. Coco Trovato invece a Lecco si costruisce un’immagine di imprenditore stimato nonostante i precedenti. Prima di Wall Street il capoclan gestisce due pizzerie, due bar, un ristorante, quattro società finanziarie, un negozio di arredamento, un’impresa di costruzione. Il riciclaggio dell’illegale è perfetto. Lecco fa finta di non vedere e non capire. È storia che il presidente dell’Associazione Commercianti di Lecco premi la moglie di Coco Trovato con una medaglia d’oro e assegni al boss il Cavalierato dell’Ordine militare di Gerusalemme. E non era l’amicizia di un presidente distratto. Nella sentenza Wall Street si legge che molti imprenditori comaschi «hanno intrattenuto attività di collaborazione economica con la propaggine finanziaria dell’organizzazione». Gli uomini del clan Coco a Lecco con l’usura diventarono degli strangolatori d’aziende. Piccoli e medi imprenditori furono sottomessi, spesso costretti a cedere le loro aziende.
L’inchiesta Lario Connection ha individuato ben 70 strozzini dell’organizzazione oltre ad un traffico di rifiuti illegali. Como e la sua provincia sono e restano un’enclave della ‘ndrangheta. Tutto nacque, secondo molte ricerche sociologiche, per l’arrivo di numerosi confinati, cui seguì poi l’arrivo di parenti e affiliati, che in piccoli comuni comaschi sotto i 5mila abitanti ricostruirono l’organizzazione in città lontane da Milano. Ha favorito la presenza anche una ingente ricchezza economica, l’enorme impreparazione delle forze dell’ordine, e l’omertà culturale e manifesta di molti colletti bianchi.
Anche i luoghi manzoniani non sono stati risparmiati. Ad Oggiono, nel 2011, il primo cittadino leghista, Roberto Ferrari, si mette in testa con il Consiglio di limitare i videopoker nei bar del paese. Si aggiunge una licenza edilizia non concessa. L’8 aprile gli lanciano una molotov sulla porta di casa. Il giorno dopo arriva un bossolo di pistola calibro 9 nella cassetta delle lettere. Quando il consiglio comunale si riunisce per discutere il provvedimento un altro colpo viene ritrovato vicino al municipio. Il 10 febbraio 2023 dopo 12 anni il Gip ha mandato assolti otto calabresi che erano passati dalle vicinanze della casa assaltata «per non aver commesso il fatto».
L’operazione Wall Street prese il nome dalla pizzeria nel centro di Lecco, gestita dalla moglie di Coco Trovato. Era di cemento armato con tanto di bunker per nascondere armi e latitanti. La confisca dell’immobile e del terreno è datata tra il 1994 e il 1996. C’è voluto un quarto di secolo perché il quotidiano locale la Provincia di Lecco potesse aprire il giornale con il titolo «Si taglia la prima pizza. Ma ci sono voluti 25 anni». Una pizzeria sociale gestita da associazioni che ha dovuto sfidare montagne di carte e burocrazia per sottrarre il bene alla ‘ndrangheta. Ora si chiama “Fiore una cucina libertà”.
Sono cambiati i nomi, i contesti, ma le presenze dell’illegalità ancora vivono sulle sponde del lago di Como. Nel 2019 la Cassazione ha confermato la sentenza dei giudici ad Ernesto Palermo, ex consigliere comunale di Lecco, per 10 anni e 4 mesi. Un politico di riferimento transitato dalla Dc, poi all’Udeur e infine al Pd. È di Marcedusa Palermo. Il paese di Coco Trovato. Quel borgo in Calabria sciolto per mafia da Beppe Pisanu perché come vicesindaco aveva scelto tra i 300 abitanti Palmerino Rigillo, cognato dei boss, sospettato di essere il nuovo capoclan. Di quello scioglimento ne hanno parlato più a Lecco che in Calabria dove i più neanche sanno dove si trova Marcedusa.
Forse non sanno neanche che Francesco Coco Trovato nelle carceri si è laureato in Legge per combattere il 41 bis. Quando morì il figlio di 24 anni in un incidente stradale nel 2001 non ha potuto andare al funerale dovendo aspettare tre mesi per piangerlo sulla sua tomba.
A Lecco intanto un prefetto di ferro fa fioccare ancora le interdittive antimafia per i colletti bianchi locali. C’è incappata nel 2021 anche la vicepresidente nazionale del Movimento Donne Impresa di Confartigianato che è finita in black list per le sue sospette frequentazioni inquinate. Storie di ‘ndrangheta tra Marcedusa e Como. (redazione@corrierecal.it)
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