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«Dei calabresi si devono spaventare tutti». La ‘ndrina di Lonate-Pozzolo e l’ambizione dei “nuovi” capi

Nelle carte dell’inchiesta “Hydra” della Dda di Milano le figure di Rosi e Cristello e il loro impegno per ristabilire il locale di ‘ndrangheta

Pubblicato il: 25/10/2023 – 17:24
di Giorgio Curcio
«Dei calabresi si devono spaventare tutti». La ‘ndrina di Lonate-Pozzolo e l’ambizione dei “nuovi” capi

MILANO La componente calabrese del “sistema mafioso lombardo” è rappresentata da più realtà riconducibili tutte alla stessa matrice ‘ndranghetista. Lo scrive nero su bianco il gip del Tribunale di Milano nell’ordinanza che ha portato all’arresto di 11 persone su un totale di 154 persone indagate. Secondo quanto scrivono gli investigatori nella richiesta ogni espressione della ‘ndrina locale «sarebbe confluita nell’unica struttura centrale apportando di fatto il proprio contributo in termini di risorse umane ed economiche, di mezzi e di background». E le compagini calabresi individuate sono legate alla ‘ndrina di Legnano-Lonate Pozzolo, propaggine della ‘ndrina di Ciro Marina facente capo alla cosca Farao-Marincola, gli esponenti del gruppo Crea riconducibili alla cosca Iamonte e gli esponenti della cosca Romeo “Staccu”. 

Quel che resta della cosca

Gli inquirenti prendono in esame il locale di ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo, decimata dalle inchieste che nel corso degli anni, compresa “Krimisa”, hanno portato in carcere il capo indiscusso ed uno stuolo di gregari e fiancheggiatori. Ma, attraverso i suoi superstiti, e in particolare Massimo Rosi e Giacomo Cristello, entrambi finiti in carcere, cerca di sopravvivere sia pianificando nuove attività come quelle legate al settore degli stupefacenti, sia cercando una maggiora collaborazione con altri gruppi criminali più forti economicamente, attraverso una campagna di ricerca e affiliazione di nuovi sodali.

Rosi e Cristello

Gli inquirenti individuano proprio in Massimo Rosi il promotore di questa nuova “fase” del locale di ‘ndrangheta, in primo piano per cercare di ristrutturare il sodalizio. Sarebbe stato lui – secondo l’accusa – ad avviare una serie di contatti con gli storici affiliati la cui appartenenza al locale è già stata accertata in altre inchieste come “Bad Boys” e “Infinito”. E tra i nomi figurano Vincenzo Rispoli, in carcere al 41bis, con il quale comunica attraverso l’invio di ‘mbasciate anche attraverso il figlio, Alfonso. E poi Pasquale Rienzi e Armando Lerose. Coinvolti – sempre secondo l’accusa – in questa fase di “ricostruzione” anche Giacomo Cristello, Raffale Barletta e Francesco Costantino, tutti finiti nell’inchiesta della Dda di Milano. E poi i contatti con una serie di nuove leve pronte all’affiliazione o anche solo ad operare – soprattutto nel settore degli stupefacenti, ma in alcuni casi anche nelle estorsioni – in nome e per conto del locale di ‘ndrangheta lombardo. Per gli inquirenti – così come per il pentito Emanuele De Castro – sarebbe proprio Massimo Rosi la figura di capo “pro tempore” del locale di ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo, l’esponente più rappresentativo e carismatico. Altra figura di riferimento individuata nel corso dell’inchiesta è Giacomo Cristello, anche lui finito in carcere. Il crotonese classe ’63, per gli inquirenti, non solo sarebbe un affiliato del locale di Lonate Pozzolo, ma avrebbe partecipato ad estorsioni, alla ricostruzione del locale di ‘ndrangheta e avrebbe partecipato con Rosi alle attività legate al traffico di droga e alla raccolta di denaro per il boss Vincenzo Rispoli.

«Devono tremare tutti!»

«Quando arrivo io li faccio tremare a tutti, quando vedono a me devono tremare tutti devono tremare. Dei calabresi si devono spaventare tutti. Tutti!». In una intercettazione del 16 aprile 2021, gli inquirenti captano la conversazione avvenuta proprio tra Rosi e Cristello. «(…) la locale di Legnano, Giacomo Cristello fa parte della locale di Legnano», dice ancora Cristello e Rosi risponde: «Certo, assolutamente!». «E quando c’è Cristello» parlando di sé stesso «alla locale di Legnano tutto a posto!». E ancora: «lo sono associato da quarant’anni, io quando avevo sedici anni, e ne ho cinquantotto, è quarant’anni che faccio questa vita. Grazie a Dio vedi, i fratelli miei tutti mi vogliono bene, poi te l’ho detto, io mi sono comportato bene». (g.curcio@corrierecal.it)

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