In questi giorni di festa e, per me, di silenzio, spesso sono tornato con la memoria agli anni della mia adolescenza. Un’età della quale ho un ricordo tormentato dalla grave malattia da cui era rimasta affetta la felice memoria di mia sorella Antonella, che Antonio Cantisani definì il giorno delle esequie “la ragazza più studiosa ed intelligente di Catanzaro”.
A quel tormento si aggiungeva la quasi completa disinformazione intorno al male dal quale era affetta e che pure si cercava di combattere con tutte le energie possibili. Ricordo l’affanno di mia mamma, diuturnamente ed incessantemente impegnata alla ricerca di un qualche appiglio al quale aggrappare la sua – e la nostra- sofferenza, nella certezza, che l’abitava, della Speranza Cristiana.
Ricordo mio padre, sopraffatto, invece, dal dolore! Quel suo naturale carattere giovale ed estroverso, dopo l’evento terribile della malattia della prima dei suoi amati figli, lo trasformò in un’altra persona, per sempre ed irrimediabilmente da lì in poi non più disposta a sentirsi amata da Dio; per tutti gli anni che gli restarono da vivere non accettò mai che il Signore gli avesse riservato una prova così pesante per le sue povere forze.
Quantunque questo mi apparve sempre come un atteggiamento inaccettabile per un uomo di robusta identità morale, provo a riflettere oggi, che sono orfano d’entrambi i miei genitori, sull’abbandono della vicinanza di Dio e su quanto sia indispensabile non perdere mai la frequentazione con Lui, se si vuole davvero coltivare, soprattutto nelle vicende avverse della vita, la Speranza Cristiana (la quale non si fonda sulla insicurezza circa ciò che dovrà avvenire, bensì sulla certezza di ciò che avverrà).
Ed entrando qualche tempo fa nel salotto dell’oramai deserta casa dei miei genitori, ho rivisto i divani, oramai consumati, del bellissimo arredo che i miei avevano allestito con gusto negli anni ‘70 del secolo scorso quando, con grande amore e dedizione, costruirono la loro casa familiare.
Tutto colà parlava di una famiglia felice che avrebbe affrontato il futuro con gioia e determinazione.
Ma quei divani consunti mi parlarono anche di un’altra indimenticabile vicinanza.
Per accompagnare mia sorella nella sua sofferenza, quel salotto era costantemente occupato da una quantità di amici, conoscenti, persone animate da un grande amore fraterno. Come dimenticarli!
Mi sembra di riconoscerli ad uno ad uno “gli amici” di mia sorella, trattenersi per ore con lei (e con noi) nel periodo più acuto della malattia. E mia madre che non si stancava di domandare, come un disco rotto, “aiutatemi ad aiutarla”!
Certo moltissimi scapparono: qualche parente preoccupato dalla vergogna che, in una piccola provincia, talora genera questo tipo di malattie, altri per indifferenza rispetto a fatti inenarrabili, i quali devono rimanere relegati nelle mura domestiche, altri ancora per timore di rimanere impigliati nella rete della solidarietà….
Ecco questa distanza -che ancora duole- venne lenita dalla fraternità di quanti non si tirarono indietro e, fra questi, vorrei ricordare un giovane sacerdote (che ancora serve, benché oggi anziano, in una parrocchia di periferia di Catanzaro) il quale, verso le 8 di sera, bussava a casa nostra e si sedeva a tavola, in cucina.
Secondo le regole che i miei genitori avevano impartito, tutti noi figli eravamo seduti a tavola: mia sorella Antonella non mangiava ma il don la teneva in conversazione, facendo finta di non accorgersi che lei non toccava cibo! La frequentazione in casa nostra di questo uomo di Dio durò a lungo ed il ricordo di questi momenti ancora mi commuove.
Per carità, soprattutto nella solitudine, anche la “missione digitale” spiega un qualche effetto lenitivo della sofferenza, ma non posso non dire che la condivisione della sofferenza attraverso gesti concreti di compassione, mostra Gesù in carne ed ossa, davvero Dio incarnato, molto di più di quanto non emerga dall’opera di chierici, professionisti mediatici del sacro.
Ecco, il ricordo di quel pastore che ti stringe materialmente la mano, che c’è nella famiglia a dividere il pane della sofferenza, a curare le ferite non soltanto con le preghiere (o con una edificante messaggistica),ma con la compassione, rinunziando alle proprie abitudini per spendersi completamente verso gli ultimi e gli indifesi, verso i poveri e gli ammalati, per convivere con tutti i disagi, quelli familiari, quelli fra genitori e figli, quelli fra fratelli, quelli fra coniugi, per alleviare le incomunicabilità generatrici di conflitti.
Questa vicinanza sembra stia scomparendo: con i nostri telefonini siamo oramai immessi in finte conversazioni, monologhi d’esaltazione personale, niente che assomigli ad uno sguardo sincero, al suono di una parola umana (non digitale), ad una mano che stringe, ad un cuore che palpita d’amore.
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