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Il caso di Serafino servirà a cambiare visione e orizzonti se la forza della ragione sarà più forte del calcolo elettorale

Per il rilancio della sanità nelle zone montane servono piani straordinari. Elevare i posti letto almeno al 5 per mille

Pubblicato il: 31/01/2025 – 7:00
di Emiliano Morrone
Il caso di Serafino servirà a cambiare visione e orizzonti se la forza della ragione sarà più forte del calcolo elettorale

«Dobbiamo modificare i nostri stili di vita, pensare alla prevenzione. Così si possono ridurre del 60 per cento le malattie». L’ha detto lunedì scorso Amalia Bruni, durante un sit-in del Pd davanti all’ospedale di San Giovanni in Fiore. Insieme a Domenico Bevacqua, capogruppo del Partito democratico a “Palazzo Campanella”, e al vicepresidente della stessa assemblea legislativa, Franco Iacucci, la consigliera regionale dem ha ispezionato quel nosocomio e all’uscita ha sottolineato ai presenti, tra cui una rappresentanza dell’associazione Donne e Diritti, la necessità di potenziare l’emergenza-urgenza e i servizi ospedalieri.
«Primum vivere, deinde philosophari», aveva invece avvertito Mario Oliverio, lo scorso giovedì 16 gennaio, durante un’iniziativa pubblica del Comitato 18 Gennaio, centrata soprattutto sulla sanità a San Giovanni in Fiore. Secondo l’ex presidente della Regione Calabria, è indispensabile e prioritario che l’emergenza-urgenza venga lì rafforzata con più personale e mezzi migliori; poi – è la sintesi fedele – si può discutere del resto.
Gli esponenti M5S Pasquale Tridico e Vittoria Baldino, la deputata con un’interpellanza urgente già svolta, hanno invece chiesto di rivedere la configurazione degli ospedali montani. In sostanza, hanno invitato il commissario alla Sanità calabrese, Roberto Occhiuto, ad applicare una norma vigente per l’attivazione di una Chirurgia generale con terapia intensiva nei presìdi di San Giovanni in Fiore, Acri, Serra San Bruno e Soveria Mannelli. Ancora, hanno proposto di modificare gli standard ospedalieri con deroghe alla normativa statale e risorse per le zone di montagna, in modo da «curare il paziente sul posto», invece di trasferirlo.
La sindaca Rosaria Succurro ha anticipato che «San Giovanni in Fiore avrà da fine febbraio l’atterraggio notturno dell’elisoccorso» e, con alcuni consiglieri comunali al seguito, ha detto, ha ottenuto dal vertice dell’Asp di Cosenza, Antonello Graziano, l’arrivo di sei specialisti ambulatoriali dalla metà del prossimo febbraio e poi di quattro camici bianchi, compreso il primario, per il reparto ospedaliero di Medicina, con la garanzia dei 20 posti letto previsti invece dei dieci ora attivi. Per quanto riguarda la previsione di ulteriori servizi, chiede un esperto di sanità, lo stesso «direttore generale è disposto a modificare l’Atto aziendale, adottato con propria deliberazione, numero 50 dello scorso 9 gennaio»? «In che senso, eventualmente»?

manifestazione per serafino congi

La scomparsa di Serafino Congi ha riacceso i riflettori sul livello dell’assistenza sanitaria nelle aree montane della Calabria, nel tempo molto ridotto. Il Piano di rientro dai disavanzi sanitari risale al 2009, quando la Regione era amministrata dal centrosinistra sotto la guida di Agazio Loiero. Il relativo commissariamento fu invece disposto nel 2010. Per legge, l’allora presidente della Regione, Giuseppe Scopelliti, ebbe dal governo la relativa delega e, sulla base di precise indicazioni dell’Agenas, riordinò dapprima la rete dell’assistenza ospedaliera: chiuse 18 dei 73 ospedali calabresi tra pubblici e privati, trasformò in Punti di primo intervento i presìdi di Cariati, Praia a Mare e Trebisacce e, secondo la capacità assistenziale in ordine decrescente, riorganizzò quelli rimasti in hub, spoke, generali e montani. Quella riorganizzazione ospedaliera è rimasta alquanto incompleta, considerata la non corrispondenza fra le dotazioni sulla carta quelle effettive.

Con il decreto numero 18 del 2010, Scopelliti, all’epoca nel Pdl, dovette operare tagli massicci a fronte di un debito complessivo della Sanità regionale stimato in 2,2 miliardi di euro ma non quantificato con esattezza. Allora i bilanci, disse un dirigente regionale, erano «piuttosto orali» e comunque, ribadirono vari addetti ai lavori, vi fu una ricognizione complessa, complicata e purtroppo parziale. Tra parentesi, oggi la situazione non è molto cambiata, come conferma il caso della recente approvazione di nove bilanci dell’Asp di Reggio Calabria sulla scorta di analisi «deduttive» al posto di una serie di documenti contabili, probabilmente spariti. In fretta, nel 2010 furono cancellati anche molti reparti e servizi dal Pollino allo Stretto: l’imperativo era ripianare il debito, per quanto previsto anzitutto dall’articolo 120 della Costituzione, secondo cui «il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni», tra l’altro, «quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali». La norma suddetta è in sé contraddittoria, ma in genere ciò non è rilevato negli ambienti politici. Delle due l’una, in regioni come la Calabria, indebitate ma con una sanità da ricostruire: o si persegue l’unità economica del Paese, che implica la diminuzione – spesso drastica all’estremo – della spesa pubblica, oppure si assicurano i livelli essenziali di assistenza, i cosiddetti «Lea», cioè il minimo delle prestazioni sanitarie da garantire in maniera uniforme in tutta l’Italia. Il punto, insomma, è che per produrre salute c’è bisogno di investimenti, non di tagli.
La Costituzione tutela la salute come diritto fondamentale, ma in rapporto (ancora teorico) ai Lea e, dal 2014, all’obbligo del pareggio di bilancio, introdotto dalla legge costituzionale numero 1 del 2012, conseguente al Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nella Unione economica e monetaria, più noto come Fiscal compact. In particolare, la regola – nel sistema dell’euro – è che il bilancio dello Stato si considera rispettato, riporta la Camera dei Deputati, «se il disavanzo strutturale dello Stato è pari all’obiettivo a medio termine specifico per Paese, con un deficit che non eccede lo 0,5% del Pil», con la possibilità di scostamenti in gravi casi eccezionali. Inoltre, se «il rapporto debito pubblico/Pil risulti significativamente al di sotto della soglia del 60%, e qualora i rischi per la sostenibilità a medio termine delle finanze pubbliche siano bassi, il valore di riferimento del deficit può essere superiore allo 0,5%, ma in ogni caso non può eccedere il limite dell’1% del Pil». Tradotto in termini semplici nell’ambito sanitario: dati i pesanti vincoli di stabilità finanziaria, la tutela della salute può contare su risorse sempre più esigue. Peraltro, l’aziendalizzazione della sanità, sospinta dal Trattato di Maastricht, di completamento dell’Unione economica e monetaria, aveva già compresso il diritto alla salute. Come evidente, la sanità pubblica determina un solo utile, che è la salute, indirettamente finanziario ed economico: aumentando la sopravvivenza dei contribuenti, si sostengono la fiscalità generale e il sistema pensionistico.

Per completezza, come ha ricordato il consigliere regionale della Calabria Ferdinando Laghi (De Magistris Presidente) in una sua recente pdl sul riassetto istituzionale delle Aziende sanitarie, «con la Legge Regionale 11 maggio 2007, n. 9, le 11 Aziende sanitarie, di cui alla Legge Regionale n. 3/1992 ed alla Legge Regionale n. 2/1996, per effetto di un emendamento “notturno” approvato in Consiglio Regionale, sono state accorpate nelle Aziende Sanitarie Provinciali, rispettivamente, di Cosenza, Reggio Calabria, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia, i cui ambiti territoriali di riferimento coincidono con le attuali circoscrizioni provinciali». Per inciso, l’allora assessore regionale alla Sanità, Doris Lo Moro, lasciò il proprio incarico nel 2007; pare anche per dissenso politico verso quell’accorpamento del centrosinistra, che si rivelò una iattura per diverse aree montane e disagiate della Calabria – come quella di San Giovanni in Fiore, prima dipendente dall’Asl numero 5 di Crotone –, di fatto costrette a patire una riorganizzazione dei servizi molto penalizzante a causa delle avversità climatiche e dei lunghi tempi di percorrenza per raggiungere ospedali più attrezzati.
Laghi ha presentato una proposta di riordino delle Aziende del Servizio sanitario calabrese. L’articolato, alla cui stesura ha contribuito l’ex dirigente medico Tullio Laino, prevede anzitutto il ritorno alle (11) Asl, distribuite per omogeneità territoriale. Sul modello di una pdl di iniziativa popolare, nel dicembre 2016 consegnata a “Palazzo Campanella” dall’allora deputata M5S Dalila Nesci e scritta da Laino e dal manager sanitario Gianluigi Scaffidi, il consigliere regionale Giuseppe Graziano (Azione) ha invece presentato un altro disegno di legge regionale, in primo luogo con la netta suddivisione dell’assistenza ospedaliera, posta in capo ad Aziende ospedaliere, e di quella territoriale, rimessa ad Aziende sanitarie.

Miserendino

Il dibattito sul riassetto delle Aziende ospedaliere e sanitarie calabresi è stato in qualche modo superato dall’istituzione dell’Azienda Zero, contestata dal lato delle opposizioni, la quale sarebbe, per dirla in termini comprensibili, una specie di centralina di comando, con il dichiarato obiettivo di una migliore organizzazione ed efficienza dei servizi sanitari. Centrosinistra e centrodestra hanno subito, in Calabria, il Piano di rientro e il regime commissariale; i quali, non va sottaciuto, sono sotto il controllo dei ministeri dell’Economia e della Salute e appaiono più funzionali al controllo della spesa, secondo i dettami del sistema monetario dell’Unione europea, che non alla tutela della salute. Tra l’altro, sul Quotidiano del Sud l’ex professore universitario Salvatore Belcastro, chirurgo vascolare in pensione, ha precisato che, a differenza – per esempio – dell’Emilia-Romagna, la Calabria non era pronta, per prevalenti interessi politico-clientelari, ad adeguarsi alle riforme nazionali, avviate negli anni ’90, sul contenimento della spesa e sulla riorganizzazione dei servizi sanitari. Qual è ora la situazione e il futuro della sanità delle aree montane calabresi, temi che la tragica vicenda di Congi ha riportato nel discorso pubblico? Gli ospedali montani della Calabria sono carenti di personale medico, specie nelle strutture di Pronto soccorso, nei reparti di Medicina e per le prestazioni anestesiologiche, di rianimazione e di radiologia.
La configurazione attuale di questi presìdi, che fra l’altro avrebbero bisogno di un Servizio cardiologico h24, è inadeguata a rispondere ai bisogni nei rispettivi territori. Soprattutto, allo stato mancano idee di rilancio e riqualificazione nel quadro vincolato qui riassunto. Il 118, come risaputo, ha pochi medici in servizio e quindi ne risente oltremodo l’emergenza-urgenza. Ma sarebbe riduttivo (e sterile) giocare al tribunale della politica, perché i problemi hanno cause complesse e perché eletti, partiti e schieramenti hanno avuto lo stesso comportamento: quando in maggioranza subivano attacchi, quando all’opposizione li sferravano. Nel mentre, pensionamenti, smantellamenti e disservizi sono andati avanti lo stesso. In particolare, centrosinistra e centrodestra sono stati accomunati da una sorta di rassegnazione meccanica davanti all’esistente, che Giorgio Bocca avrebbe descritto con un adagio meridionale annotato nel suo celebre viaggio nel Sud: «peggio di così non si può andare, meglio di così non si può fare».

Non si tratta di una ricostruzione qualunquistica né del tentativo di assolvere in blocco un sistema pubblico che nei ruoli apicali ha spesso lasciato gli stessi dirigenti della sanità, a prescindere dalle bandiere politiche. La verità è che la rotazione degli incarichi dirigenziali è alquanto un tabù nel Mezzogiorno. Soprattutto in campo sanitario, chi sbaglia non paga e non di rado viene più remunerato. Oltre la siepe non si intravedono soluzioni definitive per le popolazioni montane della Calabria. Ognuno tende a remare per conto proprio. La discussione sulla prospettiva di lungo periodo è pressoché impossibile: le parti motteggiano l’una di fronte all’altra e in generale non si parla di risorse aggiuntive da destinare al reclutamento di medici a tempo indeterminato, di investimenti per attivare nuovi reparti e servizi, aumentare la sicurezza delle cure e rendere attrattivi gli ospedali montani. C’è, però, al netto di toni e linguaggio differenti, la coincidenza di quasi tutte le posizioni politiche: lo sguardo è rivolto in prevalenza al Pronto soccorso; alla stabilizzazione del paziente per il trasferimento altrove; all’operatività del 118, che oggi necessita di una retribuzione del personale proporzionata ai rischi e alle attività svolte, senza dubbio defatiganti; alla Medicina, specie per la degenza degli anziani. Insomma, traspaiono una certa arrendevolezza davanti al presente, una rinuncia diffusa a immaginare e costruire il futuro, la convinzione che analisi e prospettive a largo raggio siano una pura perdita di tempo.
Eppure, investire in sanità significa alimentare l’economia. Lo sanno bene a Sondalo, piccolo centro della Valtellina che ha basato il suo sviluppo su ampiezza e qualità dell’assistenza del proprio ospedale, dotato perfino di una Chirurgia toracica e di una Neurochirurgia. E lo sanno a Cotronei, Comune del Crotonese in cui insistono una decina di cliniche private che offrono lavoro e servizi. Allora si dovrebbero superare pregiudizi, riserve, tensioni e battibecchi. E bisognerebbe puntare in alto, come avvenne con l’istituzione del Servizio sanitario nazionale; la più grande conquista repubblicana, secondo il professore Giuseppe Remuzzi, luminare della scienza medica.
Il rilancio della sanità nelle zone montane non può avvenire soltanto con la pratica dello yoga, con il motto televisivo «mangiar bene per sentirsi in forma» o con rimedi temporanei, non strutturali. Servono piani assunzionali straordinari, afferma Laino, e occorre elevare i posti letto, puntualizza: dal 3,7 per mille almeno al 5 per mille, «con una modifica dell’articolo 15, comma 13, lettera “C”, del decreto legge n. 95/2012, convertito della legge n. 135/2012». Infine, per prevenire le malattie, «vanno cambiate le quote di riparto del Fondo sanitario nazionale – sottolinea Laino, peraltro autore, con il chirurgo del Gemelli Giuseppe Brisinda, di una proposta di riorganizzazione degli ospedali montani calabresi –, ferme al quattro per cento per quanto concerne la macroarea della Prevenzione», di cui va riorganizzato il sistema. Se la coscienza, la ragione e i singoli intendimenti saranno più forti del protagonismo, della banalità e del calcolo elettorale, il caso di Serafino Congi potrà determinare un cambiamento di visione e orizzonti, sia della politica che delle comunità locali. Dopo non ci sarà più tempo. (redazione@corrierecal.it)

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