CATANZARO Un gruppo consolidato, al cui vertice c’era il presunto boss Lorenzo Iiritano, affiancato da affiliati storici come Pietro Procopio e Maurizio Sabato. Era lo “zio” a impartire gli ordini dal quartier generale dei Gaglianesi, una baracca in legno circondata da un ampio piazzale e sita su «un terreno di proprietà comunale» nel quartiere Mater Domini. Lì, fino a tarda sera, avvenivano gli incontri e le riunioni della cosca, come dimostrano le indagini che hanno condotto all’operazione di ieri denominata Clean Money contro la ‘ndrangheta catanzarese. Gli inquirenti ricostruiscono gerarchie, rapporti con gli altri clan e il tentativo di imporsi come cosca egemone sul territorio catanzarese da parte della“rediviva”’ndrina dei gaglianesi.
A reggere il potere, dopo l’arresto dello storico capo Girolamo Costanzo, ci sarebbe stato Lorenzo Iiritano, la cui autorità era riconosciuta da tutti i membri. Come afferma Maurizio Sabato ricordando un episodio in cui, cercando di sedare una lite per futili motivi, lo “zio” Iiritano «aveva ridotto tutti al silenzio ed alla pace con un gesto che al tempo stesso serviva a far ricordare a tutti il suo potere e controllo». Il presunto boss avrebbe preso il coltello, poi «l’ha conficcato nel mezzo… per dieci minuti non ha parlato nessuno». Quartier generale del clan era, appunto, la «casa del popolo» nel quartiere Mater Domini, dove gli incontri erano «frequenti, serrati e affollati», diminuiti solamente nel momento in cui nel quartiere erano stati fatti lavori di illuminazione, vicino a dove era stata posizionata la telecamera di videosorveglianza, probabilmente «rinvenuta o individuata» così da aver allertato tutto i frequentatori della baracca.
Un’attenzione ai sistemi di controllo delle forze dell’ordine determinata anche dalla costante «paura verso le indagini». «Guardati da questo c**** di telefono» avrebbe detto Pancrazio Opipari, arrestato, in una conversazione, raccomandando di utilizzare il meno possibile il cellulare per timore di intercettazioni. Sempre Opipari avrebbe raccomandato poi di utilizzare almeno possibile il linguaggio criptico che «sarebbe potuto risultare sospetto, perché loro (le forze dell’ordine, ndr) sono più furbi di noi». Il costante timore di indagini imponeva alla cosca regole rigide per ogni tipo di azione illecita, che prima di essere compiuta doveva essere sottoposta ai gradi superiori. Ne sono da esempio una serie di atti intimidatori stati compiuti ai danni di due imprese di onoranze funebri di Catanzaro Lido. è sempre Opipari a redarguire uno dei soggetti coinvolti, sottolineando che «tale gesto non può essere compiuto senza una preventiva attivazione delle regole del gruppo», ovvero avvisare i “superiori” prima del compimento.«Ci sono quei c**** di gradini, capito? I gradi», avrebbe detto, rivendicando «una gerarchia criminale da rispettare prima di muoversi sul territorio».
La stessa intimidazione avrebbe irritato il clan perché rischiava di alterare l’assetto che «il clan aveva creato nel settore imprenditoriale delle onoranze funebri». Dall’episodio emerge l’imposizione di una tangente alle ditte di onoranze funebri per «prendere un mortucedu», ovvero «celebrare un funerale nel quartiere di Gagliano». Un’estorsione dal valore di 600 euro totali per un solo rito celebrato. Per questo motivo gli atti intimidatori rischiavano di «stonare con tale accordo fra il gruppo e l’impresa, che avrebbe potuto lamentarsi di avere subito la pretesa estorsiva, pur avendo corrisposto il “dovuto” al clan». Una situazione che si conclude con le “scuse” del sodale all’impresa per l’errore commesso. (ma.ru.)
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