Il 25 aprile 2025 di quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario della Liberazione. In genere in queste occasioni si ricordano, com’è giusto che sia, i martiri del nazifascismo. Meno ricordati sono luoghi dove furono consumati quei crimini, al netto dei siti canonici conosciuti come le Fosse Ardeatine o Marzabotto che sono diventati, nel tempo, patrimonio della memoria collettiva. Poi ci sono stati luoghi crudeli che si conoscono di meno come Forte Bravetta a Roma. Esso era uno dei 15 forti di Roma, edificati nel periodo compreso fra gli anni 1877 e 1891. I resti della fortezza, che sono vasti quasi 11 ettari, si trovano nel suburbio VIII Gianicolense, nel territorio del Municipio Roma XII.
Forte Bravetta durante il periodo fascista fu, dunque, adibito a luogo di esecuzione delle sentenze di morte del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, ma già il 17 giugno 1932 vennero fucilati il repubblicano Domenico Bovone e l’anarchico Angelo Sbardellotto, rei di aver progettato attentati alla vita di Mussolini. A Forte Bravetta, dove operava la PAI (Polizia dell’Africa Italiana), il cui plotone di esecuzione era composto da 12 militari e operava a ciclo continuo. In quel luogo di morte, fra l’11 ottobre 1943 e il 3 giugno 1944, nel periodo dell’occupazione tedesca di Roma furono eseguite, per ordine del Tribunale militare di Guerra germanico e per mano della Gestapo di Herbert Kappler le fucilazioni di settantasette militari e partigiani di cui 68 appartenenti alla Resistenza romana.
In quel luogo furono uccisi anche due calabresi: Ettore Arena, nato a Catanzaro il 17/1/1923, operaio tornitore, appartenente al gruppo “Bandiera Rossa e Giovanni Lupis, nato a Reggio Calabria il 2/10/1923, agente di pubblica sicurezza, appartenente al “Fronte militare clandestino”. Entrambi medagliati. In quel posto fu fucilata anche una donna: Laura D’Oriano, giustiziata per spionaggio nel 1943, unica donna condannata a morte nella storia d’Italia, giustiziata per spionaggio nel 1943. La Mata Hari italiana, abbandonata la famiglia era diventa una spia per gli alleati anglo-americani. Forte Bravetta, nome triste e luogo lugubre, era una massiccia costruzione con il portone di ferro e un terrapieno alto 15 metri. Collocato sulla via Aurelia era una delle quindici fortezze di tipo prussiano poste a difesa di Roma capitale al tempo della presa di Porta Pia.
Ettore Arena, in servizio come allievo elettricista nella Marina militare, si trovava a Venezia al momento dell’armistizio di Cassibile. Sfuggito alla cattura da parte dei tedeschi, riuscì fortunosamente a giungere a Roma, dove risiedevano i suoi familiari. Nella capitale, prese parte alla resistenza armata militando, sin dall’ottobre 1943, nelle file del movimento Bandiera Rossa. Nel dicembre dello stesso anno, Arena fu arrestato con altri membri della sua formazione e un mese dopo fu processato da un tribunale di guerra tedesco. Condannato a morte con altri coimputati, il giovane fu fucilato con loro a Forte Bravetta. Condotto davanti al plotone di esecuzione, lo affrontò con animo e contegno di fiero soldato, strappandosi la benda dagli occhi cadendo in fine col nome dell’Italia sulle labbra. Fu insignito di medaglia d’oro al valore militare.
Giovanni Lupis era una guardia di Pubblica sicurezza. Apparteneva alla banda Napoli del “Fronte Militare Combattenti Resistenza” con funzioni di gregario. Arrestato dalle autorità tedesche il 28 marzo 1944, detenuto dal 23 aprile al 3 giugno a Via Tasso e Regina Coeli, condannato a morte dal Tribunale Militare di Guerra tedesco di Roma e poi fucilato a Forte Bravetta il 3 giugno 1944. Il poliziotto effettivamente era stato arrestato il 28 marzo 1944 e detenuto a Via Tasso dal 23 aprile al 3 giugno, quindi a Regina Coeli, cella 342, in attesa dell’imminente fucilazione. Dalla documentazione del Museo Storico Liberazione Via Tasso risulta che il 9 maggio è condotto al Tribunale Militare di guerra Tedesco con la Guardia Polizia Africa Italiana Emilio Scaglia ed altri patrioti arrestati tra la fine di marzo e l’inizio di aprile dalla polizia tedesca, a causa delle delazioni fornite da infiltrati nel loro gruppo al soldo dei tedeschi, e condannati a morte mediante fucilazione.
Il 3 giugno, poche ore prima della liberazione della Capitale, viene eseguita la condanna del poliziotto Emilio Scaglia con altri quattro patrioti del FMCR che, pertanto, sono ricordati come “martiri della vigilia”. La notizia della sua morte, assieme ad altri partigiani, secondo un rapporto della Divisione Speciale di P.S. Roma al Ministero dell’Interno del 10 settembre 1944, firmato dal Tenente Colonello Comandante PS Giulio Labricciosa, sarebbe stata pubblicata il 13 giugno dal quotidiano “Il Popolo”, che riporta un elenco di patrioti fucilati dai tedeschi desunto dall’Ufficio di Polizia mortuaria del Verano. Il 24 giugno 1944, il Ministero dell’Interno, con nota senza numero firmata dal Prefetto Carlo Schiavi, comunica alla Questura di Roma copia di un rapporto presentato il precedente giorno dal Vice brigadiere P.S. Vito Bochicchio, dal quale risultava che il 3 giugno, al Forte Bravetta, ad opera di un plotone di esecuzione della P.A.I., la Guardia di P.S. Lupis era stata fucilata per ordine delle autorità militari germaniche.
Dalla relazione effettuata, su richiesta della Scuola Tecnica di Polizia, dall’Associazione Nazionale d’Italia, Sede Provinciale di R. Calabria, datata 11 maggio 1945 “Relazione partigiano caduto Lupis Giovanni”, con firma illeggibile, si desumono le seguenti interessanti notizie sull’attività di partigiano: “Da informazioni assunte da parte di questa Associazione siamo in grado di poter fornire i seguenti particolari circa l’attività svolta dal partigiano caduto Lupis Giovanni di Roberto: Il Lupis, rientrato, come si è dianzi detto, a Roma, prese contatti con la banda Bill e Ferret, della quale facevano parte il Maggiore Ebat e il tenente De Martis, ed ebbe ad esplicare servizi di spionaggi nei paesi laziali circa i movimenti delle truppe tedesche, fornendo così agli alleati, tramite il predetto Maggiore, preziose informazioni. La sua giovane esistenza venne così troncata proprio il giorno prima dell’arrivo degli alleati a Roma, alla vigilia, cioè, di quell’agognato evento per il quale egli aveva prodigato tutta la sua esuberante attività e tanto nobilmente operato e tenacemente lottato e sofferto, con la suprema visione della Patria finalmente libera dall’odiosa e vessante occupazione nazi-fascista”. Lupis è ricordato nella lapide marmorea posta in via di Bravetta (Roma), intitolata ai fucilati del Forte, e nel Sepolcreto dei caduti nella lotta per la liberazione 1943-1944 del Cimitero Verano di Roma. Gli è stata inoltre intitolata una via a Reggio Calabria.
Le modalità delle fucilazioni nel Forte Bravetta durante l’occupazione nazifascista seguivano un rigido rituale. Il condannato era fatto sedere su una sedia con lo schienale davanti, le spalle rivolte ai carnefici, le mani legate per i polsi con un lacciolo. Dopo la scarica di fucileria l’ufficiale medico, obbligatoriamente tedesco, constatava se era avvenuta o no la morte. In ogni caso dava il colpo di grazia alla nuca con la pistola. Infine subentrava un sacerdote a benedire la salma. Tutto si svolgeva in pochi minuti, quasi sempre alle prime luci del giorno. I cadaveri erano subito dopo trasportati al Verano privi di segni di identificazione per ordine perentorio del comando germanico. Si deve ad un gruppo di inumatori se, sfidando la polizia collaborazionista e la Gestapo, fu possibile, avvenuta la liberazione di Roma, trarre i resti dalle fosse comuni ridando loro identità e pietosa sepoltura.
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